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Milano
- dall'8 ottobre al 14 ottobre Il Ma a cura di Siva Le Duc Fabbrica del Vapore Intitolare un progetto espositivo MA significa essere alla ricerca del nocciolo dell'arte contemporanea. Capirla profondamente significa spogliarsi con umiltà di tutte le conoscenze pregresse. Vuol dire riacquisire l'innocenza percettiva attraverso occhi vergini e privi di pregiudizi. Ed è guarda caso lo stesso atteggiamento che dovremmo avere per capire che cosa sia questo ma. Eraclito aveva individuato la quintessenza dell'essere nell'unità dei contrari e visse nella convinzione che la realtà fosse in continuo divenire. Tutto scorre (panta réi). Nulla, dice similmente il buddhismo zen, è fermo. La realtà sensibile e materiale non è che una distrazione da quella che è l'essenza della vita, e questo ma rappresenta l'ago della bilancia, l'arida terra di nessuno in cui gli equilibri raggiungono la perfezione. Il ma è un pensiero sfuggente a qualsivoglia definizione e praticamente intraducibile dal giapponese. Esprime un concetto di spazio fisico/temporale, una specie di quarta dimensione utile a descrivere un'intercapedine tra due entità. Simbolo di un vuoto eloquente non contemplato dalla cultura occidentale, è in grado di incidere sulla percezione e sulla realtà fenomenica. Usato in architettura, in musica, come anche nel linguaggio colloquiale, il ma è un'idea refrattaria ad essere ingabbiata in precisi schemi metodologici. Aderisce al pensiero zen per cui la conoscenza non è la via per raggiungere la consapevolezza, bensì solo un ostacolo al conseguimento di essa. Il ma è banalmente il “tra”, un corridoio di congiunzione tra opposti che sopravvivono l'uno grazie e malgrado l'altro. Come se il concetto di contrasto simultaneo dei colori complementari potesse essere applicabile a tutti i contrari. La tangenza di due opposti/ complementari li esalta, li gratifica e ciascuno di essi, quando è solo, richiama l'altro per attitudine. La zona di frontiera, il ma, è la cortina in cui le energie si catalizzano azzerandosi l'una nell'altra. Pochi occidentali hanno intuito l'importanza del vuoto. Tra questi ci furono i grandi maestri di dialettica, che ci hanno insegnato che sono i silenzi, molto più delle parole, a persuadere gli oratori. E a pensarci bene anche la musica può definirsi tale solo grazie alle pause ben orchestrate tra i suoni. Lo spazio vuoto è il respiro che ci permette di godere del pieno, altrimenti soffocante e impermeabile. È condizione necessaria e sufficiente per far esistere il pieno. Allora cosa aspettiamo a fare nostro questo ma applicandolo alla visione del mondo di ciascuno di noi, alla nostra immanenza percettiva e soprattutto riscoprendolo nell'arte contemporanea. È proprio in quella porta, spazio, pausa che troviamo il riposo mentale perché il messaggio dell'artista si schiuda ai nostri occhi come una rivelazione. Sarà sufficiente avere la voglia di ascoltare e lasciare che il ma diventi un filo di Arianna in grado di condurci all'essenza della comunicazione. Un filo sottilissimo, invisibile ma fondamentale che ci farà avvicinare senza filtri a ciò che abbiamo attorno. |
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