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Carolina LIO - Curatrice, scrive su Flash Art e Exibart

Affiancando piccole tele che presentano lo stesso soggetto, un cane sospeso immerso in un ambiente fluido e vuoto, Luca Bidoli parla della standardizzazione del comportamento umano rispetto al mondo naturale e animale. Questo è permeato dalla necessità di affermare una supremazia dell'uomo intellettuale e pratica, la possibilità di un controllo totale e continuo sugli altri esseri viventi. Il cane, preso come simbolo per un rapporto particolarmente intimo col genere umano, viene così estraniato da ogni contesto, gli viene tolta volontà e personalità, diventa un soggetto di studio, quasi una cavia, a cui spesso manca una porzione di testa come metafora di un sezionamento della vera natura del soggetto che viene piegato e modellato dall'uomo per essere una mera compagnia, quasi un arredo della propria vita. Questa levitazione sottintende però anche dei richiami mistici e cattolici all'idea della resurrezione. La serie si chiama appunto “Ascensione di un cane al cielo”. E' da un lato un'ulteriore umanizzazione della natura visto che la resurrezione presuppone anche il perdono di un peccato originale prettamente umano, dall'altro mistifica il soggetto animale e lo fa diventare il martire di una religione animistica che nella sua ascesa si libera di un senso di schiavitù e vischiosità che si sente nella vernice fluida e corposa dello sfondo.

 

 
 

Simonetta Angelini - Curatrice, scrive su Exibart

Alla ricerca di una meraviglia possibile. Di una resistenza alla transitorietà. Si sta come in tralice, di traverso: è la prospettiva obliqua, da animale domestico, di chi sta in basso, oltre, a fondo, quella di Luca Bidoli. Questa surrealtà di indizi percepita a quattro zampe, acida, dai contorni netti come tagli, è congegnata per vuoti. Abitano tra le cose, accumulate come un totem dell’assenza sulla scena di un delitto. Il vuoto piatto dei non-luoghi domestici; la negazione perturbante della presenza. Si fa materia pittorica, cromia fauve, sagoma di un tempo minimo. Di passaggio. Come riflessi di uno specchio frantumato: mobili, inconsistenti, assenti a sé stessi, evanescenti, indeterminati.

 

 
Roberto VIDALI - direttore di JULIET Art Magazine

Luca Bidoli, con grande ironia, saccheggia l’immaginario contemporaneo, inquadrando le sue scene in maniera più radicale e spiazzante di quanto non abbia fatto Degas e definisce il profilo e le campiture dei suoi soggetti con tre soli pigmenti: il rosso, il giallo e il blu, che a dirla tutta sono i cosiddetti colori fondamentali, e quindi sotto sotto nascondono l’ampia gamma dello spettro solare; ma Bidoli, non li sovrappone, non li stempera: li giustappone e ne radicalizza l’effetto, rendendo la patina acida e forte. Si tratta soprattutto di interni, di cui ci vengono fatti vedere i particolari, manipolandoli e mutandoli uno addosso all’altro, abbassando l’orizzonte, dando loro titoli descrittivi, ma forse solo per trarci  maggiormente in inganno. Siamo di fronte a un’operazione che si infila in quella pratica postmoderna di descrizione dell’assenza, dell’attraversamento senza retorica e reputazione dell’antico e del moderno, considerati, prima che memoria storica, testimonianza di un presente che facilmente può intrecciare un colloquio con l’intimità quotidiana, con la narrazione minima, senza sospesi e senza paure di sorta.

La rappresentazione dell’uomo, come soggetto narrante o protagonista, non interessa all’autore, e quindi non appare, se non per evocazione, in un dettaglio che indica come qualcuno sia passato di lì, un po’ come in tanti fumetti contemporanei che facevano sentire la presenza di un mondo adulto magari solo con una voce fuori campo. Chi è allora, l’uomo che l’artista vuole evocare? Di chi parla? Forse l’uomo di Bidoli è un uomo intelligente che ama produrre

prima che pensare, per essere; che cerca altrove dalla propria faccia le prove della sua intelligenza, della sua ironia, quindi a caccia della sua identità; che vive felice con gli oggetti e gli animali di cui si circonda senza rimpianti, anzi, usandoli con la stessa disinvoltura con cui ci si accosta a un Mosè di pietra.

L’operazione è la quintessenza della contaminazione: delle immagini con sè stesse, in quanto sono la risultante di montaggi di frammenti fino a diventare ingombranti come illustrazioni ingrandite a dismisura.

Il suo lavoro si caratterizza, allora, per una palese volontà sottrattiva, pur mostrandosi nell’apparente formalismo di queste grandi tele dove l’occhio può galleggiare tra i dettagli e allo stesso tempo può soffermarsi sugli spazi vuoti che non possono che darsi, ironicamente, se non per metafora di qualcosa che è già stato distrutto nel gesto stesso del saccheggio. I suoi sogni, pertanto, non sono né confessioni autobiografiche né messaggio subliminale. Le opere appaiono perciò come metafora di un viaggio meditabondo attraverso il misterioso libro della memoria intima della nostra quotidianità

 


 

 
Claude Andreini - Fotografo e scultore

... sembra che tu abbia voglia di dire tante cose ma che lo spazio  troppo stretto della tela  ti  obblighi a limitarti e a lanciare dei messaggi parziali che lo spettatore dovrà dopo sviluppare per conto suo, sia osservando i pezzi che la loro logistica... Un pò come  un cassetto appena aperto che lascia apparire degli oggetti... solo quando lo spalanchi puoi scoprirne il tutto. Solo che qua ciascuno si deve inventare un contenuto.

Certo la tua pittura  è un'inno all'amore che hai per  tua moglie e che ambedue avete per i vostri cani. Certo c'è un parallelismo portato regolarmente avanti  fra i personaggi ma il modo di proporli è decisamente "anomalo" se si dovesse considerarli come "ritratti di famiglia" o ambito di vita. Penso che hai utilizzato questa sorgente per esprimere  dell'altro, cosa non lo so, forse proprio nel modo di inserirli e di trattarli sulla tela.
Per me sono ben più autoritratti che ritratti di chi appare. La chiave  di lettura ce l'hai tu  questo è certo, ma penso che un sacco di gente, vedendo  le tue opere , si farà un gran piacere a forgiarsi dei pass partout che apriranno quel che conta, dei paesaggi ogni volta nuovi.
 
 


 

 

Boris Brollo - Critico e curatore

L'opera di Luca Bidoli si compone di soggetti che gli stanno attorno quali la moglie e i suoi levrieri. I colori sono quelli primari: blu, rosso e giallo spesso contornati da una linea nera come nella cultura del fumetto e del cloisonnisme francese. Questo rende un'atmosfera acida e notturna su tutte le opere, ma quello che intriga nel suo lavoro sono gli sguardi spesso obliqui dato che i suoi soggetti sembrano guardare altrove. Oltre lo spettatore. E spesso l'occhio del cane si confonde con quello della moglie tanto da sembrare un unico sguardo che mantiene una duplicità imbarazzante. Così da renderci complici delle loro mute richieste.

Una pittura quella di Luca Bidoli nuova per la sua interpretazione psicologica, anzi più letteraria che psicologica. Egli non è pittore in termini tradizionali, dato che viene dalla pubblicità, ma è nel racconto che il suo soggetto si valorizza. Diciamo che la tradizione di una pittura dal racconto fantastico, come poteva essere quella di Dino Buzzatti, che ebbi a conoscere negli anni sessanta, sembra continuare in questo giovane autore.

 

 

 


 

 

Chiara Paitowsky - Autrice teatrale

...È come se l'iride si fosse frantumato in molteplici scaglie e, nell'incanto del tuo pennello, si fossero ricomposte in linee e volteggi nuovi per segnare brani di vita, colti dallo sguardo del volto per scorrere sino al luogo dove indomite palpitano, ora delicate, ora più pressanti, le tue fervide emozioni. E quando ti soffermi sull'eleganza e tenerezza dei tuoi cani, quando cogli vivere la donna che ami, bellissima e sempre profondamente intensa proprio perché così tanto amata, allora ecco una linea nera sprigionarsi e correre a contenere il ritratto di quei volti, ecco il colore esplodere nelle sue più accese ed eterne vibrazioni.
Era, un colore, dapprincipio, solo una pasta monocroma, ma poi, sotto l'influsso libero e urgente dell'emozione, affidandosi alla tua mano, si lascia mescolare ad altri e prendere forma. Con abbandono si lascia raccogliere, stendere, ripassare più volte, sino a divenire ciò che tu hai sentito.
Nella vivacità ardita delle tonalità da te scelte, mai una volta ho percepito un frangente di conflitto, ma sempre, come a pochi è concesso, ho veduto e sentito una potente vitalità trovare dimora in colori, altrove forse contrastanti, ma che nelle tue tele, invece, sempre si congiungono in un'armonia forte ed elegante. E' davvero una metamorfosi amabile e raffinata quella che si compie, da quando vedi un'emozione, a quando ne impregni il pennello, a quando, infine, la guidi e dilati sulla superficie che hai di fronte.
 

 

 

 
 

Gianni Boato - Gallerista

Conosco Luca Bidoli da non molto tempo; una sera, come si usava nei vecchi tempi, si presentò presso la mia galleria con sottobraccio alcuni dipinti. Mi chiese semplicemente cosa ne pensassi. Appoggiai allora i dipinti alla parete, mi allontanai per vederli meglio, soprattutto quelle tele che rappresentavano delle figure amorfe o particolari visioni del corpo.
Mi colpirono soprattutto i colori, così forti e primitivi, con tagli netti nelle suddivisioni delle immagini. C’era qualcosa che mi attraeva in questi lavori anche se ancora non riuscivo a mettere a fuoco il tutto.
Gli chiesi se poteva farmi vedere qualche altra opera, e lui si ripresentò dopo non molto tempo con altri quadri. Vidi così per la prima volta i suoi ritratti, la moglie più volte dipinta con i suoi adorati cani, un grande autoritratto giovanile con la moglie, dipinto anni fa e volti di amici e parenti.
Luca ha la capacità di tradurre in poche e semplici pennellate un perfetto ritratto psicologico di ciò che ritrae, ed è sorprendente come riesca a dare un’anima ai suoi cani.
L’artista vive con grande intensità il suo rapporto con la pittura, i colori sono prevalentemente "Fauve", un rosso sgargiante che si fonde magistralmente con i verdi e i gialli, con larghe fascie di un blu cobalto.
Nel suo studio ci sono alcune opere con un taglio prospettico molto originale, suddivisioni che rimandano a Mondrian, come certi particolari che ricordano Tadini.
Certamente Bidoli, uomo di cultura, conosce l’arte contemporanea, ma devo onestamente dire che questi riferimenti non sono stati cercati dall’artista, ma sono frutto di un pensiero assolutamente personale, in alcuni quadri si avverte una sintesi da riferimento alla sua attività di grafico.
Bidoli è nato a Gorizia nel 1967 ed è sicuramente un artista che ha ed avrà molto da dire.